Gaetano Montanari. IL PAESAGGIO SECONDO EPIFANIO MESTICA.
STAMPA REGGIANA, anno IV numero 9, ottobre 2006
Non è facile parlare dei dipinti di Epifanio Mestica, pseudonimo dell’architetto Enrico Manicardi, eminente personaggio politico reggiano (nipote di Cirillo, una celebrità della locale storia dell’arte). Non è facile perché, confessiamocelo, ci sembra quasi di commettere un sacrilegio. Propensi a pensare che la nota più saliente che anima la sua pittura sia scritta nei sogni del tempo. Cosparsa, com’è, di riferimenti culturali che vanno da Cezanne al nostro Novecento, evidenziando una particolare carica emozionale. Epifanio Mestica è uno tra i pittori che hanno cercato di evocare in un’immagine l’alleanza tra la macchina e i lavori agricoli, connubio indispensabile per alleviare la fatica dell’uomo.
Pittore d’istinto, si esprime con colori dai toni luminosi, ritraendo le campagne del reggiano con fine sensibilità. Nei suoi quadri troviamo un equilibrio, un accordo armonico tra sensazioni e forma, che gli consentono di ritrasmettere con pacatezza, senza dispersioni, la serenità di un momento rivelatore. Un pittore, quindi, permeato della sana e coscienziosa pittura del Novecento. Il paesaggio e i frutti della terra, si sa, hanno offerto all’artista un repertorio molto vasto consentendogli di trovare un arricchimento al quale il suo io profondo si riconosceva legato.
La sua è un’arte che nasconde l’evocazione d’un mondo senza artifici, irreparabilmente, purtroppo, perduto. Il gesto pittorico con cui ha realizzato i suoi lavori ci mostra ad un tempo una volontà di esecuzione molto personale e la scelta di soggetti agresti resi con magistrale disinvoltura.
Nell condizioni d’atmosfera che la nostra terra gli ha offerto, ha avuto la sollecitazione necessaria all’intensità della propria rivelazione, nonché le premesse e le suggestioni indispensabili per la realizzazione di uno stile suo. Poi, per ragioni di forza maggiore, ha dovuto abbandonare la pittura, lasciandosi alle spalle una gioiosa nobilitazione delle più semplici cose terrestri e la piacevole conquista di una divisa pittorica tutta poesia, freschezza e semplicità. Egli ha cantato la campagna reggiana, sempre presente nei suoi lavori, nella pienezza delle sue stagioni, il lavoro dei campi, i paesaggi luminosi, le chiare e azzurre marine. Commovente è la fedeltà che egli ha saputo serbare alla voce del suo mondo, cercando di mostrarci come si può mantenere fresca la propria linfa poetica anche se ci si tiene chiusi entro i propri confini. Era un’arte, la sua, che non si allontanava dalla vita che gli pulsava tutt’intorno: un’arte, insomma, che ci aiuta a distrarci dalla malinconia dei nostri giorni e a colmare il vuoto dello spirito, del cuore e del tempo. L’arte d’oggi è andata per altre strade, alla ricerca di nuove sensazioni, e di installazioni varie. La figura, il paesaggio, la natura morta, il disegno, la prospettiva hanno perso la loro ragione d’esistere, se vogliamo dare ascolto a certe voci. E, poiché, non c’è novità che non raccolga un’abbondante messe di consensi, molti sono gli artisti convinti di essere nel vero. Lasciamo, appunto, a quei non pochi addetti ai lavori che, in relazione alle tecniche pittoriche che vanno imponendosi in un crescendo rossiniano, per fare ostentazione di disinvoltura agli occhi del pubblico che beve le loro parole e le loro sviolinate, non sapendo cosa siano, attribuiscono loro la virtù di capolavori.
