Giuseppe Berti
Le opera di Epifanio Mestica (che delizioso e ironico nom de plume è mai questo!) sembrano recuperare certe atmosfere che furono care agli artisti italiani del Ritorno all’Ordine negli anni Venti del secolo scorso: l’artista pare infatti non essersi del tutto dimenticato dei linguaggi di quel realismo magico che tanto influì su quello scorcio del Novecento. Per questa ragione il registro compositivo di Epifanio Mestica s’impone sia per precisione realistica dei contorni che per nitidezza del segno e plastica solidità delle cose e delle figure; ma, pure, s’impone per un assai misurato calcolo di ombre e di luci, ferme e scandite, senza alcuna vibrazione atmosferica: così che tutto questo, insieme assemblato, genera nell’opera un sospeso e quasi “incantato” rapporto con la realtà.
Realismo magico, appunto, avrebbero detto Margherita Sarfatti e Massimo Bontempelli, gli intellettuali di riferimento di quella trascorsa stagione.
D’altra parte, i paesaggi del nostro artista – la collina reggiana soprattutto, ancora intrisa di antichi valori rurali, quasi una citazione in cifra moderna di una verghiana vita dei campi – mai rinunciano ad un’idea di volume di prospettiva, ovvero mai rinunciano a darsi valori rigorosamente costruttivi, forse perché nell’artista che li ha dipinti ancora agisce il genio della sua prima professione, quella dell’architetto e dell’urbanista che si misura con spazi, prospettive e volumi.
Dunque, per concludere, Epifanio Mestica (che all’arte dedica solo frammenti di tempo ora occupato dalle cure della politica) ci offre saggi di pittura sostenuti da un linguaggio chiaro e senza forzature sperimentali, da una tavolozza ricca di timbri e di luci ove il composto nitore della forma sembra in sintonia con quelle espressioni d’arte che – scriveva un tempo Bontempelli – vogliono “rifiutare la realtà per la realtà come la fantasia per la fantasia e vivere del senso magico scoperto nella vita quotidiana degli uomini e delle cose”.
